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Intervista a Donatella Izzo

Aggiornato il: 25 nov 2020

L'artista Donatella Izzo, formatasi presso l'Accademia di Belle Arti di Milano, orienta la sua ricerca verso ciò che è in grado di scuotere gli equilibri convenzionali. Abbiamo avuto il piacere di conoscere i suoi lavori all'interno della mostra Playtiles-The Instant, progettata da Tallulah Studio Art di Patrizia Madau in collaborazione con Isorropia HomeGallery di Milano. Riportiamo qui di seguito la sua intervista:


Sappiamo dalla tua biografia che inizi la tua carriera come pittrice, ma ben presto abbandoni questa strada per dedicarti alla fotografia. Come mai?


La fotografia è sempre stato il punto di partenza dei miei lavori. Stampavo le fotografie sul tessuto elasticizzato e poi le modificavo con l'intervento prima di acidi che corrodevano colore e supporto e poi intervenivo "ricostruendo" con la pittura. Con il tempo però l’esigenza di una fotografia più "pura" è diventata predominante ed è nata la serie "The Dreamers" e quella "Insonnia". In No-portrait invece ritorno in qualche modo alle origini. La fotografia viene "violentata" dalla pittura, da corrosioni, da tagli... interventi che poi però vengono ri-fotografati, ritornando ad essere semplicemente fotografia.

Su cosa si orienta la tua ricerca?

È difficilissimo da dire: seguo sempre l'istinto e una naturale propensione verso ciò che possa essere in grado di "scuotere" emotivamente e di destabilizzare soprattutto i precari equilibri tra bene e male, tra reale e surreale, tra sacro e profano.

Abbiamo visto il tuo lavoro nell'ambito della mostra Playtiles-The Instant, in cui le tue fotografie sono state accostate a quelle di altre due fotografe. Cosa vi differenzia e cosa, secondo te, vi accomuna?


Il progetto Playtiles ideato e voluto da Patrizia Madau, di Tallulah Studio, in collaborazione con Isorropia Home Gallery ha proposto tre artiste con un linguaggio personale e sfaccettato.

Ci accumuna sicuramente una personalità difficile e sfaccettata, che a proprio modo si è imbattuta in una lotta con il proprio io. Donata, che non ho mai conosciuto, ha fatto una scelta drastica e rispettabile nella sua tragicità e in alcuni suoi scatti mi sento molto coinvolta perché la mia esperienza di vita per alcuni tratti camminava parallela alla sua. Poi però io sono diventata mamma e la stessa maschera da coniglio che Donata indossava in un bellissimo autoritratto forse per proteggersi dal mondo, io la indosso per far ridere le mie bambine.

Quello che ci differenzia è invece sicuramente la tecnica. Donata e Federica sono due fotografe, io sono un'artista che utilizza la fotografia come medium.

La serie dei tuoi lavori si chiama NO-PORTRAIT, il titolo ci suggerisce già un'idea di negazione del ritratto. Ce ne vuoi parlare?


Il NO è una negazione: un rifiuto del concetto generalizzato "di sé" nelle nuove forme di comunicazione, social in particolare. Insomma... odio il selfie. Lo trovo noioso, ridicolo, superfluo. L'apparire a tutti i costi mi infastidisce specie se questo è finalizzato alla volontà di sembrare perfetti e sempre belli, uniformandosi a canoni estetici standard. Credo nella bellezza dell'imperfezione e nella potenza dell'unicità personale. Sono convinta che la vera bellezza sia quella interiore e che l'apparire esteriore del corpo sia solo un involucro dell'anima. Per questo i miei ritratti sottraggono spazio alla realtà fisica andando contro il concetto classico di ritratto inteso come "copia". I miei No-portrait sono istantanee dell'animo umano.

Tra le foto esposte alla mostra, a quale sei più "affezionata" e perché?


"La vie en rose". Il volto e gli occhi sono quasi del tutto scoparsi... eppure riesce a parlarmi ogni volta che la osservo.

Ripercorrendo la tua carriera artistica, quale consideri il tuo traguardo più importante finora?


La mia personale attualmente in corso alla Fabbrica del Vapore di Milano. "The Dreamers: sognatori nel tempo dell'abbandono": 300 mq a me dedicati grazie al contributo di Fondazione Cariplo e del Comune di Milano.

Ci parli un po' meglio di questo progetto?


In questa mostra si potranno visitare due distinte sezioni espositive, nella prima ci sono diverse fotografie che provengono dal progetto fotografico The Dreamers (da cui la mostra prende il nome) dedicate alla mia visione di abbandonato. La sezione comprende fotografie scattate a partire dal 2013. Nella seconda sezione ricostruisco, con le installazioni esposte per la prima volta, un'esperienza emotiva molto forte dedicata agli ex ospedali psichiatrici che, abbandonati improvvisamente con la legge Basaglia del 1978, sono stati lasciati al deterioramento agito dalla natura e dal tempo. In questa seconda parte il tema del "sogno" si intreccia con quello della pazzia, evidenziando quel indefinibile sottile confine tra loro. Le installazioni sono state tutte costruite con reperti provenienti da questi luoghi in diversi anni e comunicano un forte senso di costrizione fisica e psicologica tipica della "cura" che veniva riservata ai malati mentali in quegli anni. È una mostra che turba e che vorrei facesse riflettere su ciò che è stato e sul rapporto che il Cattolicesimo in particolare ha avuto nei confronti della malattia mentale.

Hai già in cantiere qualche progetto futuro?


Con Tallulah Art Studio saremo presenti al prossimo MIA mentre sto seminando i rapporti per una mostra in Cina.




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