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Intervista a Mattia Barbieri in occasione della mostra ETERNO85

Curata da Alberto Ceresoli e Carmela Cosco


La mostra ETERNO85, curata da Superstudiolo Arte Contemporanea e Virginia Bianchi Gallery, è disponibile online fino al 23 gennaio.

Mattia Barbieri è un artista nato a Brescia nel 1985, attualmente vive e lavora tra Milano e New York. Sono numerosi i progetti di mostra personali, collettive, le partecipazioni a fiere e residenze. Negli anni vince il Premio Lissone (Museo Arte Contemporanea di Lissone) e si posiziona tra i finalisti del Premio Cairo (Palazzo della Permanente, Milano).

Superstudiolo Arte Contemporanea, con la direzione artistica di Alberto Ceresoli e Carmela Cosco, lavora con un'attenzione e uno sguardo rivolti alla pittura contemporanea.

Virginia Bianchi Gallery é uno spazio d'arte sperimentale interamente digitale, che offre ad artisti emergenti italiani e internazionali l'opportunità di concepire e partecipare a mostre sul sito web della galleria.


Che cosa cerchi nella pittura e che discorso sostiene il tuo fare pittorico?


Ho sempre lavorato per serie nel tentativo di mostrare una prospettiva diversa dello stesso panorama, concependo le potenzialità della pratica come un prisma sfaccettato da ruotare, osservare e tradurre. Ciò che accomuna i vari cicli è la riflessione sulla natura dell’immagine e l’esplicita messa in scena della rappresentazione pittorica. Credo che la mia ricerca sia volta a formulare un sistema, un organismo iconografico che non prevede necessariamente la creazione di un’estetica e uno stile univoco, al contrario aderisce al multiforme per trovare un’unità corale, anche se poi mi accorgo di dipingere sempre lo stesso quadro. Ogni serie ha le proprie peculiarità, ma in sintesi il fare pittorico è un impulso indirizzato. Spesso si cerca di argomentare i significati della pratica attuando confronti e contestualizzandoli in una dinamica intellettuale; io credo, invece, che la Pittura sia come un dialetto, una lingua a parte che possiede una propria grammatica e risponde solo a se stessa, è il serbatoio dove tutto confluisce: conoscenza e interessi, barzelletta e preghiera, lotta e pacificazione, introspezione e esplorazione del mondo esterno, il Vivere insomma.


Mattia Barbieri, 1921, 28x35 cm, olio su tavola


Processi, tempi, impegno o disimpegno nel lavoro. Raccontaci del tuo approccio alla pittura. Come si articola il processo di formalizzazione dell'opera? Come vivi il tuo studio? Rigore o elasticità progettuale?


In studio assoluta elasticità e naturale disordine. Ho provato a progettare alcune opere in passato, ma non sono mai riuscito a seguire né un disegno preparatorio né un’idea nata solo un attimo prima. Cerco di mettermi a disposizione del gesto che sorge nel momento in cui agisco. Questo aspetto è una costante sia nei lavori più “chiassosi” che in quelli più tenui nel temperamento.


Ci interessa il tuo rapporto con la materia pittorica, supporti e materiali. Scelte e affezioni?


Ho sempre lavorato su legno. Mi piace la liscezza e la fisicità della tavola: all’inizio perché potevo maltrattare la Pittura senza il rischio di distruggere la superficie. Successivamente è stata funzionale nel processo di sovrascrittura dei livelli, in alcune aree riportate allo stato zero, ovvero al supporto nudo, mediante il gesto irruente di una levigatrice. Le uniche occasioni in cui ho usato la tela sono state nei grandi formati, per motivi di spazio, a New York. Il supporto è talvolta determinante per il senso del lavoro. Considerando la serie degli Ikebana (raccolti nella mostra The Butter Monk), pitture ad olio su carta con le quali ho realizzato i cut-out, la scelta della carta è stata fondamentale perchè ha permesso la corrispondenza tra azione e oggetto rappresentato. Posizionando fisicamente i ritagli dipinti che costituiscono il vaso, le foglie e i fiori, ho articolato la composizione con il medesimo gesto che si compie nella realtà quando si arrangia un ikebana.


Riferimenti iconografici e influenze nel tuo lavoro?


La Pittura lombardo-veneta, i fiamminghi, la pera di Joos Van Cleve, MORETTO da Brescia, la luce del mattino di Morandi, l’austerità delle icone russe, i paesaggi azzurri e verdi di Cima da Conegliano, i rotoli di carta di riso della tradizione calligrafica sino-nipponica, Nonno Antonio, i tanka, gli Dei di latte e di fuoco, la visione dei Veda, il cinema Fellini_ Kurosawa_ Bergman_ Tarkovsky, Picasso, la fedeltà di Hockney, la candela di Rembrandt, l’unghia sporca del ragazzo tra le zingare di De La Tour, il tizzone ardente di El Greco, la riga incisa sul tavolo di bachelite, le madonne, i Cristi nei deserti, Zurbaran, l’indice sul vetro appannato, la puzza di De Pisis, De Chirico, che è nato il mio stesso giorno, brutti quadri, i cazzi sui banchi, Matthias Grünewald, la calce sugli affreschi nel dopo riforma, con doppia linea non si sorpassa, i doppi menti in seppia di Leonardo, Rosso Fiorentino, scotch che non c’è più, il numero di telefono, piastrella autogrill, gli eccetera…


Mattia Barbieri, PEGASO, 52x61 cm, olio su tavola

In occasione della collaborazione tra Virginia Bianchi Gallery e Superstudiolo, presenti il progetto di mostra ETERNO85. Che cosa significa la scelta del titolo?


Il 1985 è il mio anno di nascita. ETERNO85 significa prolungare nella linea temporale l’evento del nascere, un eterno e sospeso atto creativo.


Di chi è il volto protagonista della serie pittorica?


Teofanie: i quadri nascono come ritratti di divinità ispirati alla figura di Giano Bifronte, il Dio romano dotato di due volti posti in opposizione a rappresentare lo svolgersi del tempo. Giano custodisce il passaggio che connette le epoche, definendo passato e futuro. Nel mio caso le divinità guardano sempre al futuro e ogni dipinto assume un’identità specifica che si rivela con il titolo.


Ci parli degli elementi visivi, paesaggistici, simbolici che compongono i dipinti portati in mostra?


La presenza divina sovrasta il Mondo generalmente identificato in un paesaggio montano che, con le sue vette, rappresenta il protendersi dell’umano verso la sfera del divino. A tal proposito si possono individuare vari elementi simbolici, come ad esempio il fulmine, il bastone, gli animali araldici e soggetti che provengono dal mio vissuto, da una mia mitologia personale, in ogni caso strumenti di dialogo tra l’uomo e l’invisibile. Nello specifico in questa serie, vedo il quadro come luogo di sedimentazione in cui la tradizione dell’immagine e il vissuto si impastano in un’amalgama ipercalorica. Ogni tavola è concepita nella sua struttura come fosse un’Icona Sacra, un congegno visivo attraverso il quale si può accedere ad una dimensione altra. La scena è spesso inclusa in un’ambientazione, una nicchia che si fonde col cielo, un’architettura celeste che coincide con i confini del supporto al quale si adatta, ma che idealmente vuole estendersi scavalcando il limite imposto dall’immagine. In contrapposizione al paesaggio terrestre dipingo uno sfondo astratto, piatto, costituito da una semplice vibrazione cromatica, cui attribuisco lo stesso ruolo occupato dall’elemento dell’oro nella tradizione pittorica, lo spazio divino. L’elemento della sfera nella mia ricerca assume la funzione di differenziare i piani dello spazio pittorico. L’ombra che proietta mette in evidenza la bidimensionalità della superficie sulla quale galleggia mettendo in discussione le profondità illusorie dell’immagine.



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