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Intervista ad Alessandra Cecchini e Damiano Fasso

Abbiamo intervistato Alessandra Cecchini e Damiano Fasso, artist* che hanno partecipato a ReA! Fair: la fiera indipendente di cui vi abbiamo parlato la settimana scorsa (clicca qui per leggere l'intervista alle organizzatrici di ReA! Fair).


Alessandra Cecchini è un'artista classe 1990 nata a Rieti e formatasi presso l'Accademia di Belle Arti di Perugia e Bologna. Nel 2017 espone per la prima volta in una mostra personale intitolata Familiari sconosciuti, curata da Jana Liskova, presso Seven's a Bologna. La sua ricerca artistica prende avvio da riflessioni intorno ai concetti di identità e memoria e al rapporto di questi ultimi con l'immagine.


La tua ricerca artistica si concentra sull'identità e la memoria indagata attraverso l'esplorazione dell'immagine tra reale e virtuale. Qual è il tuo rapporto con la contemporaneità, che è caratterizzata da una sovrabbondanza di immagini? Quello che mi interessa maggiormente all'interno del discorso sull'identità e sulla memoria è ad oggi il modo in cui questi ultimi concetti vengono modellati e determinati dal nostro rapporto con l'immagine. Oggi il concetto di virtuale appare quasi obsoleto, non adatto per raccontare gli aspetti di una società nella quale l'immagine del reale e il reale stesso convivono in uno spazio ibrido, composito, mutante. Credo allora che sia indispensabile parlare delle immagini, perché esse sono – paradossalmente – il modo più concreto che abbiamo per rapportarci oggi alla realtà, in un'accezione del tutto nuovo di quest'ultima.

Lo scorso mese, hai partecipato a Rea! Fair, fiera indipendente di artisti emergenti. In quel contesto, hai esposto Contenere il cielo, un'opera che racconta l'impossibilità di poter archiviare il cielo nel suo essere continuamente variabile e infinito. 

Cosa significa per te scegliere di indagare il concetto di fallimento e impossibilità attraverso il medium fotografico?

Significa innanzitutto scegliere di parlare dei limiti dell'immagine, delle sue stesse caratteristiche. Ho scelto di scattare con una vecchia macchina fotografica istantanea, una Polaroid della serie 600, proprio perché avevo bisogno di ragionare attraverso la fotografia e sulla fotografia, analizzandone gli aspetti stessi che, a volte, possono essere concepiti come una costrizione, un limite. L'ho fatto quindi parlando di qualcosa che è per sua natura infinito, il cielo dunque; nel farlo ho pensato alla contrapposizione tra l'occhio, la mente umana e l'obiettivo fotografico, quindi la pellicola. Questo mi ha permesso di enfatizzare alcuni aspetti della fotografia istantanea, come l'unicità dell'oggetto-foto e l'impossibilità di manipolare l'immagine in un secondo momento. Ciò che viene dunque restituito e mostrato è proprio il mio punto di vista, unico sì, ma fatto anche e soprattutto di limiti, imprecisioni; l'idea di contenere il cielo attraverso l'immagine si palesa quindi come un paradosso, un tentativo impossibile e destinato al fallimento. Oppure un'impresa romantica che opera entro i confini dell'utopia.


Contenere il cielo, 2019 (video loop) e Contenere il cielo, 2020, edizione limitata di 8 esemplari accompagnati da una polaroid originale


Lavori presso Spazio InSitu, un artist-run space situato nella periferia romana di Tor Bella Monaca. Ti andrebbe di raccontarci cosa significa per te, come artista, essere parte di un artist-run space?

Essere parte di una realtà dinamica come quella di un artist-run space è una splendida occasione di crescita e di confronto. Una volta usciti dall'accademia si rischia infatti di chiudersi in un percorso autoreferenziale, dovuto all'impossibilità di trovare ambienti di confronto. A Roma poi, di spazi del genere non ce ne sono molti e In Situ è stato senz'altro uno dei primi artist-run space della capitale a imporsi senza passi falsi all'interno di una città non semplice. Io sono arrivata nel 2019, a tre anni di distanza dalla fondazione e posso sicuramente dire che condividere lo spazio con altri artisti, lavorare in sinergia con persone che hanno fatto un percorso diverso dal mio, che lavorano diversamente e con altri media, permette di non rilassarsi mai sulla convinzione di essere arrivati da qualche parte. Si convive con l'idea che l'arte è molteplice e non si è sempre d'accordo, anzi. Quest'ultima cosa aiuta sicuramente a mettere sempre in discussione le proprie idee e anche a rafforzare la propria identità artistica.

Nonostante questo periodo caratterizzato da forti incertezze, hai per caso qualche progetto in cantiere che ti va di raccontarci?

Sono entrata da qualche settimana a far parte di un progetto editoriale, ISIT Magazine, fondato da Andrea Frosolini e Federica Di Pietrantonio (anche loro di Spazio In Situ), incentrato proprio sulla ricerca artistica emergente. Proprio in questi giorni stiamo presentando il secondo numero del magazine, con tutte le limitazioni dovute alla situazione attuale. Per quanto riguarda progetti personali, a febbraio sarò a Milano, presso il Chippendale Studio per la presentazione dei libri della serie Contenere il cielo e sto lavorando ad alcune mostre per il prossimo anno. In particolare, sto realizzando una serie di lavori non prettamente fotografici ma che prendono avvio dalle immagini prodotte da algoritmi. Mi interessa molto pensare a un futuro di immagini che poco hanno a che vedere con l'essere umano.



Damiano Fasso è un artista italiano nato a Vicenza nel 1976, formatosi presso l'Accedemia di Belle Arti di Venezia nel corso di Decorazione. Nei suoi lavori, realizzati utilizzando diversi materiali (peluche, smalti fluorescenti, veleni, polvere da sparo, ecc), è possibile riscontrare caratteristiche della corrente neo-pop.


Sappiamo che dopo la tua laurea in Lettere, hai studiato all'Accademia delle Belle Arti di Venezia. Cosa ti ha spinto ad intraprendere questo percorso?


Studiare all'Accademia di Belle Arti era un progetto da tanto tempo rimandato, sia perché prima avevo concluso una laurea in Storia dell'Arte a Brescia, sia perché subito dopo avevo già cominciato ad insegnare questa materia, per cui ho intrapreso gli studi accademici un po' più tardi, per diplomarmi nel corso di Decorazione a Venezia. L'Accademia è un luogo pieno di stimoli, che ti permette un continuo confronto di idee, tecniche, immagini, persone: tutti sono uniti dal comune amore per l'arte, cosa che la rende un luogo affascinante. Tale confronto era ciò che mi interessava e mi ha permesso di crescere e far maturare il mio stile, facendomi sperimentare nuovi materiali e strategie comunicative multiple: proprio durante gli studi a Venezia ho cominciato ad esprimermi attraverso più canali.

Nei tuoi lavori usi materiali diversi e non ti fermi alla pittura, bensì sperimenti anche video e installazioni. Vuoi parlarcene un po'?


Io parto in un certo senso dalla fine, ossia dal messaggio che intendo trasmettere, e decido di volta in volta quale sia la forma espressiva, la tecnica che risulta più efficace; mi ha sempre affascinato quell'idea di origine rinascimentale (e poi contemporanea) per cui un artista si può, anzi dovrebbe, esprimersi in ambiti diversi. Anche perché il mio lavoro é basato sulla comunicazione, sul significato e sulla contaminazione dei messaggi: per cui un dipinto che esprime un senso di inquietudine e pericolo, in un certo senso "diventa" esso stesso pericoloso se vado a mescolare del veleno o della polvere da sparo al colore.

Nel mio lavoro cerco di riflettere sul mondo, su ciò che vedo intorno a me, e provo a decodificare il reale: se nella pittura questo mi ha spinto ad usare materiali ed effetti marcatamente "attuali" e artificiali, come il glitter, le plastiche o gli smalti industriali, non potevo non ragionare anche sul nostro immaginario quotidiano, che ormai utilizza linguaggi ideografici, schermi video, immagini digitali. Perciò già durante gli studi all'Accademia ho cominciato a studiare il giapponese ed il cinese, e a portare avanti anche la fotografia e le videoinstallazioni. La componente grafica e testuale già presente nella pittura ritorna spesso anche nei progetti fotografici e nelle opere di videoarte: spesso compaiono testi o caratteri in diverse lingue, che ricordano le scritte pubblicitarie o le didascalie dei videogiochi, creando un effetto molto piatto, simile alla pittura. D'altra parte anche in pittura ho cominciato a portare avanti un lavoro sulle trasparenze, in cui la tela è sostituita dal polietilene trasparente, una sorta di schermo video. Quindi in realtà tutto va nella medesima direzione, in un certo senso.



Parliamo di Rea! Fair, la prima fiera indipendente di artisti emergenti organizzata alla Fabbrica del Vapore dalle ragazze di REA Arte, a cui hai preso parte con "Secret Violence(Everybody wants to rule the world)", ha avuto un riscontro positivo sul tuo lavoro di artista?

Direi di sì, e sono molto contento di essere stato selezionato tra i 100 artisti per partecipare a Rea! Fair che si è dimostrata una realtà innovativa e frizzante.

La selezione e la progettazione sono state molto curate dal team, permettendo a noi artisti di rapportarci personalmente con le curatrici e dialogare con loro sulla fiera e sulle opere.

Avevo già esposto l'anno precedente alla Fabbrica del Vapore, che si conferma anche questa volta una location perfetta: sono stati ottimi anche i riscontri di pubblico ed esperti del settore, e si sono creati nuovi contatti e progetti.

Mi ha fatto molto piacere che il mio lavoro sia stato apprezzato dalla curatrice, Paola Shiamtani, che ha saputo interpretarlo assai bene; si tratta di un'opera pensata a lungo e terminata nel 2020, dai colori fluorescenti che ricorda un po' la "superflat imagery" di Murakami, ma che suggerisce un senso di pericolo attraverso delle calaveras realizzate in polvere da sparo.

Ora si tratta di attendere un feedback da collezionisti, galleristi ed esperti, ma intanto mi piacerebbe continuare con ulteriori progetti insieme al team di REA! Arte.


Secret violence (Everybody wants to rule the world), 2015-2020


Hai già in cantiere qualche progetto?

Ho appena finito l'editing di un nuovo video "The Perfect World", che sono stato invitato a presentare sui canali social in anteprima in occasione della Giornata del Contemporaneo. Si tratta di un lavoro che vuole riflettere sul rapporto della società con la tecnologia e che ha come Leitmotif una giostra che ruota.

Ci sono poi già in cantiere alcune mostre, resta da vedere se la situazione sanitaria consentirà di allestirle in presenza, oppure se si dovranno ripensare per una fruizione alternativa. Nel frattempo, continuerò a dipingere.

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